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La Natività oltraggiata

 

Mai mi era capitato di toccare con mano il degrado nel quale sembra essere caduto il Natale roveretano di quest'anno se non assistendo alla penosa vicenda del Presepe voluto da Carollo.

Già non le bancarelle o i concerti ma il Natale, perché di questo stiamo parlando da alcuni giorni, ossia da quando in nome della libertà di espressione artistica, è apparsa improvvisamente la raffigurazione della natività affidata a due manichini identificabili a fatica in un uomo e una donna divisi da una culla di legno vuota. Rappresentazione artistica di cui non ci sarebbe nulla da eccepire se non avesse come soggetto il Natale, ossia il momento nel quale nasce un bambino di nome Gesù che ha cambiato la storia degli uomini.

E questo che si sia laici o atei, religiosi o gnostici, o altro.

Se, allora, parliamo della natività nel suo significato fondativo, ossia di un evento di eccezionale portata, solo interpretandolo in questa accezione, trova fondamento la critica fatta dalla sottoscritta fin dal primo momento e ancor più guardando il surreale e desolante epilogo.

La libertà artistica in questo senso non può essere addotta come giustificazione di una interpretazione che nella realtà intacca la sacralità della nascita di Gesù, e a partire da essa si arroga la licenza di oltraggiare quello che non può essere oltraggiato dagli uomini perché nella sua essenza si pone oltre gli uomini

In altre parole quello che per la sua stessa essenza può solo essere rispettato o ignorato. Mai oltraggiato. Il Presepe non è, infatti, una storia di uomini e donne che in quanto tale può essere raccontata come si vuole ma è la rappresentazione visiva ideata da s.Francesco allo scopo di raccontare la storia di un atto d'amore assoluto e incondizionato di Dio verso gli uomini. Racconta la storia di una giovanissima donna che per amore accoglie un figlio che già sa che morirà fra i tormenti per permettere all'umanità di riscattarsi dal buio del peccato, racconta in sostanza di un amore universale e metastorico, al cospetto del quale per il libero arbitrio di cui siamo dotati possiamo inchinarci o voltare le spalle ma mai trasformarlo in ciò che non è: una parodia, una sceneggiata, una umana rappresentazione deprivata della sua originaria e assoluta sacralità. E il presepe in questione era oltraggioso non perché c'era una culla foppapedretti e due manichini ma perché non sapeva interpretare il legame che solo poteva renderlo un Presepe, ossia l'amore. L'amore fra un uomo che si chiama Giuseppe e una donna che si chiama Maria, amore così grande da accettare che il figlio che nasce sia non loro ma di Dio. Ebbene di questo immenso mistero, di questo messaggio rivoluzionario in quel presepe non c'era nulla, c'erano solo due manichini indifferenti l'un l'altro e una culla che non poteva accogliere un bambino tanto meno un bambino speciale come Gesù, perché tutto trasmettevano i due manichini tranne che l'amore immenso capace di trasformare una famiglia nella Sacra Famiglia.

 

Non si tratta allora di rifiutare un presepe a partire da un pre-giudizio culturale, da un oscurantismo che non riesce ad accettare il nuovo che avanza, da un provincialismo che non sa aprire la mente agli orizzonti della modernità. Il rifiuto nasce dalla constatazione che laddove l'opera artistica non riesce a trasmettere il messaggio cristiano del mistero della nascita di Gesù quale manifestazione dell'amore di Dio per gli uomini, non ci può essere un Presepe ma soltanto una finzione alla quale è preferibile il nulla. Il problema nasce allora a partire dalla diversità di piani entro cui collochiamo qualsiasi Presepe, se piano consumistico e terreno o piano religioso e ultraterreno perché un presepe non si fa tanto per fare né tanto meno per dare un contentino ad una tradizione. Lo si fa perché si crede nel mistero della nascita di un uomo che è figlio di Dio. E questo non ci si può permettere di tradurlo in una buffonata.

Elena Albertini