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IL CROCEFISSO NON VA RIMOSSO

Suscita molte riflessioni la volontà espressa dal ministro dell’istruzione Fioramonti di togliere il crocefisso dalle aule scolastiche, sostituendolo con le carte geografiche, e questo indipendentemente dal fatto che sia una boutade o una precisa indicazione politica. Questo perché dietro una estemporanea affermazione in realtà si nasconde la riproposizione di un mantra della sinistra che come un fiume carsico ogni tanto riemerge alla superficie e che possiamo riassumere così: il crocefisso va rimosso perché è motivo di discriminazione e violenza nei confronti del pensiero religioso diverso. Argomentazione che sarebbe da condividere se fosse vera ma da rigettare essendo basata sulla colpevole mistificazione di ciò che è in verità il crocefisso, ossia la rappresentazione plastica di un uomo che si è detto figlio di Dio, che ha predicato la pace, la non violenza, il rispetto per gli emarginati e i poveri, la dignità intrinseca di ogni persona del mondo indipendentemente dal colore della pelle, della lingua, della religione. Che ha predicato il senso della vita come occasione di dare ad essa un valore aggiunto nel suo essere in realtà la preparazione ad una vita migliore. In altre parole essendo il simbolo di una rivoluzione a tutto tondo capace di cambiare per sempre la storia degli uomini.

Non a caso quello che accadde dopo fu un processo che vide milioni di uomini farsi testimoni del messaggio evangelico traducendolo nei mille linguaggi propri del genere umano: l’arte, la letteratura, la filosofia, la politica, i costumi, l’architettura, la scultura, iniziando la costruzione di quello che è stato chiamato l’evo cristiano. Periodo storico dalle molte luci ma anche dalle molte ombre, considerato tutto il male che su di esso ha proiettato ciò che gli uomini hanno fatto usando la parola di Gesù per i propri egoismi e le proprie malvagità. Oggi il mondo si avvia a vivere forse la fine dell’evo cristiano per dirla con Cacciari e il Papa emerito Benedetto XVI e se questo processo appare in tutta la sua imponenza, la sinistra al cospetto del crocefisso sia coerente e dica che vuole rimuoverlo perché vuole dare esito visivo a questa fine annunciata, facendo un’opera di distruzione della memoria del passato sul quale è stata costruita attraverso la religione cristiana la civiltà occidentale. E lo vuole fare togliendo agli occhi dei giovani, quindi al nostro futuro, il ricordo e la testimonianza di duemila anni costruiti a partire dalle parole pronunciate da quell’uomo messo in croce proprio per quello che aveva detto.Questa sinistra abbia il coraggio di dire chiaramente con Nietsche che essendo morto Dio anche il crocefisso è morto e quindi essendo privo di qualsivoglia significato va messo in cantina. Non dica che lo si toglie perché sarebbe il simbolo della prepotenza della religione cristiana sul pensiero religioso diverso perchè Cristo non può e non deve essere caricato di un valore negativo quale è quello di dividere gli uomini, essendo il suo messaggio esattamente l’opposto in quanto messaggio di pace e di amore al di là di ogni barriera.Ma c’è un secondo motivo per il quale questa operazione culturale è una mistificazione ancora più subdola e fuorviante. Infatti non è togliendo il crocefisso che si aiuta l’integrazione fra i popoli; non è dimenticando le radici sulle quali abbiamo costruito la nostra storia che diventiamo veramente accoglienti; non è annullando la nostra religione che ci rendiamo eguali agli altri, che non operiamo violenza o prevaricazione sul diverso.In altre parole non è diventando un popolo senza identità che costruiamo un mondo più giusto perché essere eguali non significa non avere identità diverse ma al contrario significa essere diversi nel rispetto di questa diversità.Non togliamo allora il crocefisso dicendo che così vogliamo creare una cultura del rispetto per l’altro ma al contrario lasciamolo ben in vista raccontando ai nostri ragazzi quello che quell’Uomo in croce ha detto, troveranno l’occasione per capire che cosa vuol dire davvero amarsi e rispettarsi, costruendo quel mondo di pace e sostenibilità al quale in fondo tutti aspiriamo.

Elena Albertini